Aldo Cherini

 

Civitas Sitiens

Quando c’erano i pozzi

Rifornimento idrico nei tempi andati

 

 

Autoedizione

1992

 

 

 

 

L' aria esente dai miasmi malarici e la facilità di procurare acqua potabile insieme alla sicurezza del sito hanno portato alla scelta dello scoglio caprense a stanziamento abitativo stabile ne più ne meno di quanto avveniva normalmente un po' dappertutto nelle epoche lontane.

I viaggiatori del Medio Evo usavano annotare diligentemente nelle loro cronache, tra le cose degne di menzione (quali lo stato delle strade, come si presentava "casizada" una determinata città, quali erano le entrate pubbliche e private), anche la bontà dell'aria e dell'acqua.

Ciò è accaduto anche per quanto riguarda Capodistria, l'antica Capris e Giustinopoli, che non a caso era stata la principale città dell'Istria, sede prefettizia della "primaria carica", cioè del rappresentante della Repubblica Veneta nonché podestà e capitano del comune.

Palazzina dei conti Carli

Palazzina dei Conti Carli

 

Circondata completamente dal mare, unita alla terraferma da una sola strada dominata a metà tragitto dal Castel Leone, la città si trovava indubbiamente in posizione assai forte, "Inter utrumque tuta", come si legge su di una tela cinquecentesca che la presenta in veduta panoramica. Il lento e progressivo affioramento di terreni paludosi occupati per lo più da saline, non sempre tutte attive, avrebbe finito col corrompere L' aria ma in epoca abbastanza vicina al nostro tempo mentre intere plaghe dell'Istria, segnatamente le zone di Pola e di Parenzo, rimanevano ben presto spopolate tanto da indurre il Senato Veneto ad aprire i confini all' immigrazione di popolazioni nuove, tra cui non pochi fuggiaschi balcanici.

Lo scoglio di Capodistria era ricco d'ottima acqua, che si attingeva facilmente attraverso pozzi non molto profondi in falde sotterranee che traevano alimento dalle zone imbrifere del vicino anfiteatro collinare.

Non c'era casa patrizia o popolana che non disponesse del suo pozzo, munito magari di una vera scolpita e decorata da qualche bravo lapicida locale, con stemmi e motivi ornamentali, testimonianza dell' importanza che veniva attribuita al manufatto, al quale oltre a fini pratici, si assegnava anche una componente di status sociale.

Casa Sereni

Casa Sereni

 

I podestà e capitani veneti e il governo civico (nonché la curia vescovile) avevano inteso fornire alla città anche cisterne e pozzi pubblici ubicati in zone convenienti. Ha dato notizia dei genere, per primo, menandone anzi vanto, il nobiluomo Marino Morosini, capitano nell'anno 1269, per mezzo di quella che può essere considerata la più antica epigrafe locale dopo quelle romane. Vergata in caratteri gotici con le abbreviature d'uso, questa epigrafe elenca i lavori pubblici promossi dal Morosini, tra i quali vengono citati due pozzi muniti di filtro consistente in uno strato di spugne, uno dei quali ubicato nel cortile dei palazzo pretorio e l'altro nel giardino pubblico: … “DUOS PUTEOS SPO(N)GIAR(UM) UNU(M) IN CURIA P(RE)TORII ALIUD SUP(ER) IRIDARIU(M) CIVITATIS”... Entrambe le vere sono andate purtroppo perdute e non si può dire nulla intorno alla loro fattura, che possiamo congetturare rispettabile se il Morosini ha voluto ricordarle.

Un'altra vera si trova nel cortiletto d'ingresso della palazzina dei conti Carli, oltre la loggetta, rotonda e senza fregi, patinata dai secoli, con la data "1418 adi 20 abosto" accompagnata da uno stemma su rotula, non identificato.

 

 

Convento dei Domenicani

Convento dei Domenicani

 

Del mese di maggio dell'anno del Signore 1452, come si legge nell' epigrafe, è la vera da pozzo del convento dei Domenicani (trasferita poi nel giardino del Civico Museo di Storia e d’Arte), decorata da una grande croce gigliata.

Orto lapidario

Orto Lapidario del Civico Museo

 

Del podestà e capitano Marino Bonzio sono le due grandi cisterne gemine dei Brolo, poste nell'anno 1485. Le vere sono le più elaborate della serie capodistriana e tramandano la memoria del Bonzio con quattro stemmi crociati della sua casata e con quattro epigrafi latine tracciate in bei caratteri latini rinascimentali, una delle quali ci fa sapere che l'opera è costata ben 1900 denari aurei, somma molto elevata rispetto all'epoca.

 

MARINO BONCIO PRAET PRAEF O MAGNIF

CIVES IUSTINOPL

QUOD HAC CISTERNA SALUBER AQUIS REPERTA

COMMODO ET SECURITATI SUE PIE DILIGENTI R Q

PROSPEXERIT POSUERE

M C

 

OMNIS CISTERNE

IMPENSA MILLE NONIN

GENTOS NUMOS

AUREOS

COLLIGIT

 

POPULO IUSTINOPL AQUARUM DULCIUM

INOPI LABORANTI

MARINUS BONCIUS PRAET PRAEF O CLARISS

HAC NOVA CISTERNA PROVIDE SALUTUFERO

CONSULUIT

O F

 

SAN SALVATORIS MCCCCLXXXV

IN FRONTE P LXX

IN AGRO P LXXX

ALT P XIII

 

 

I pozzi Gemini del Brolo

I pozzi gemini del Brolo

I pozzi  gemini del Brolo

 

 

Molt'acqua è stata fornita anche in epoca recente: negli anni 1943–1945, infatti, durante i periodi in cui le condotte dell'Acquedotto Istriano venivano interrotte dal sabotaggio dei partigiani, questi pozzi son tornati di gran comodo ai cittadini.

Le antiche piante topografiche non mancano di segnare le due cisterne ed è interessante notare che le stesse, almeno fino al 1600 inoltrato, erano salvaguardate da un recinto quadrangolare demolito in epoca imprecisata.

Quadrangolari lungo il perimetro esterno, le vere sono rotonde alle bocche dove presentano profondi solchi prodotti dalle corde usate in cinque secoli per attingere l'acqua. Né è mancato il poeta, Bruno Astori, che qui ha trovato ispirazione per la sua musa:

 

Quante secchie avran pianto e quante catene stridato

e quante donne avran fatto udire i bei cantari,

nel Brolo muto,

al pozzo bruno, consunto, sconnesso!

Al pozzo vecchio, che per ogni fesso

cola le perle, e sboccia il capelvenere

e lo pende nell'ombra.

Al pozzo vecchio, ch'ha tersa l'acqua

e come in uno specchio vi si miran le stelle.

 

Nell’orto del Vescovado

 

Sistemate qua e là, talune in angoli suggestivi, dove il corso dei secoli sembra essersi arrestato, si notano altre vere che presentano scritte, stemmi ed elementi decorativi.

L' antica residenza vescovile, rimessa a nuovo dal bergamasco fra' Bartolomeo da Sonica, vescovo dal 1503 al 1529, veniva munita di una vera di pietra grìgia ornata con lo stemma di famiglia, uguale a quello che orna il portale rinascimentale, che guarda verso la cattedrale.

Forse della stessa epoca è la vera esagonale, molto decorata e munita anch' essa dì stemma (non identificato), che si trova in Calegaria nel cortiletto della casa patrizia ormai mascherata da costruzioni ottocentesche che reca incisi sull' architrave della porta d'ingresso due stemmi Sereni, tre delfini attorno ad un cerchio.

Dalla Calegaria si passa nell'orto detto della "Cameràl", dove esiste una vera cinquecentesca o del primo Seicento, decorata da uno stemma della famiglia Barbabianca, proprietaria un tempo dell'elegante palazzina "La Cameràl" con sul retro gli orti confinanti con quelli dei Gravisi, dove si trovano altri due pozzi, non decorati.

Nell'orto della Cameral

Nell’orto della Cameral

 

Suggestivo è il cortiletto di entrata della casa Orlandini, sempre in Calegaria, detta "dei Prefetto" perché qui era vissuto negli ultimi suoi anni il prefetto napoleonico Angelo Calafati, cortiletto con la vera da pozzo, cui fanno corona cancellate in ferro battuto e una porta settecentesca sormontata dall'epigrafe e dallo stemma di Valentino Orlandini, un leone impugnate una penna d'oca.

Cortiletto della Casa del Prefetto

Tutti i conventi avevano il loro pozzo con vera per lo più molto semplice, funzionale, che campeggiava in mezzo al chiostro, come a Sant' Anna, a San Gregorio, ai Cappuccini, dove il pozzo era munito di una piccola tettoia a due spioventi poggiante su due pilastrini intonacati e addossati alla vera, nonché ai Serviti, che s'erano procurati una bella pietra con stemma in bianco. A Santa Chiara il pozzo si trovava nel giardinetto interno, tra i due cortili.

Va notata la grande vera in bella pietra rosata del Piazzale Carpaccio ma con I' avvertenza che si tratta di elemento decorativo portato da Venezia nel 1935, all'epoca della sistemazione curata in occasione dello scoprimento del monumento a Sauro, per abbellire il piazzale. Nella stessa occasione veniva collocata tra i primi due archi della Taverna del Porto, lato mare, la piccola fontana con spalliera decorata di stemma e bacinetto, che ancor oggi si può ammirare sotto il quattrocentesco leone marciano del podestà e capitano Nicolò Cappello.

Un cenno merita anche la bella vera settecentesca di candida pietra compatta, di fattura tra il barocco e il rococò, con epigrafe riccamente incorniciata, incisa a ricordo dei fratelli Madonizza, che essi hanno collocato nel 1782 davanti alla loro villa di San Nicolò d'Oltra.

Non è facile elencare tutti i pozzi capodistriani, quanti e dove si trovano: se ne incontrano dappertutto e sono tanti da aver reso possibile ad un popolano, figura assai caratteristica, di inventarsi il mestiere più unico che raro di "pescaseci", di ricuperatore cioè delle secchie, che andavano a cadere nel fondo buio e misterioso, che nella fantasia dei ragazzi sfumava in immagini paurose, alle quali essi accumunavano anche l'innocuo "pescaseci".

 

*   *   *

 

Il servizio dì approvvigionamento idrico della vecchia Capodistria non era basato soltanto sui pozzi.

Esisteva fin dai tempi più antichi un acquedotto, ch'era considerato una meraviglia, rimasto in attività, con alterne vicende, fino ad epoca a noi non molto lontana.

Di questo antico acquedotto, detto "delle gorne", resta oggi l'opera terminale, cioè la Fontana da Ponte, la fontana per antonomasia. Anche questa era opera molto antica, che prendeva il nome di "fontana del ponte" perché ubicata vicino al "ponte", alla strada di terraferma. Veniva restaurata radicalmente ed abbellita nel 1666 per opera del podestà e capitano Lorenzo da Ponte (da non confondere col vescovo Bonifacio da Ponte), il quale la volle decorata con quella caratteristica "spalla", che era la figura araldica "parlante" dello stemma della sua famiglia: da qui il nome di Fontana da Ponte. Ricorda l'evento, tra le altre benemerenze dell'illustre personaggio, l'immancabile epigrafe

 

LAURENTIUS A PONTE PRAETOR

MONTEM ARIDUM VIAM INVIAM

COMUNITATEM AFFLICTAM

HORREUM PUBLICUM ESURIENS FONTEM DIU SITIENTEM

FLORERE REDIMI RECREARI

SATIARE IRRIGARE IUSSIT

 

Sottolineavano l’evento anche i sindaci deputati Nicolò Elio e Santo Gavardo nonché i deputati all'opera Gerolamo Barbabianca e Antonio Bruti

 

LAURENTIUS A PONTE PRAESES

ACQUA DIU ESULES IN URBEM ET PON

TIS FORUM PER PONTES QUASI POSTLI

MINIO RENOVAVIT

 

 

Da Ponte

Lo stemma e la Fontana

Molti altri personaggi hanno fatto successivamente apporre il loro stemma accompagnato talora da epigrafe a testimonianza del loro interessamento per un' opera considerata primaria, tanto da rendere la fontana un vero monumento e una pagina aperta nel libro della storia civica di Capodistria.

Era essa oggetto della più attenta cura da parte del governo municipale, che vi aveva destinato stabilmente una parte dei proventi della comunità traendoli dagli utili del Fondaco, nonché un "fontanèr" cui era affidato il compito di provvedere a quanto occorreva per la manutenzione e l'utilizzo della fontana stessa, mentre la popolazione era tenuta a rispettare precise norme nel provvedersi d'acqua, come tenere gli animali discosti dalla vasca e non legati ai pilastrini, evitare di tenere a mollo oggetti o lavare panni e verdure, evitare danni e manomissioni ecc. Il mestiere del "fontanèr" era tramandato di padre in figlio: nel 1600 vi troviamo addetti i Verzier, nel 1700 gli Almerigogna.

Non era comunque una novità perché già prima s'era provveduto in merito. Sotto la data del 17 aprile 1576, mastro Domenego Uerziero aveva ricevuto l'incarico di "contiar lauorar, et mantenere in colmo, et conzo la Fontana di Ponte, così di drento, come di fuora, ita che à quella mai in alcun modo, in alcun tempo li manchi aqua quale sia bastante à suplir à tutto quello, che farà bisogno, et sarà necessario".

 

Chiostro dei Capuccini

Chiostro dei Cappuccini

 

 

Nel chiosco dei Serviti

Nel chiosco dei Serviti

 

 

Villa di San Nicolò d'Oltra

Villa di San Nicolò d’Oltra

 

Si è fatto cenno alle "gorne". In antico, infatti, l'acqua arrivava dalla Val d' Olmo per mezzo di una condotta composta da "gorne" di legno poggianti su cavalletti infissi nel fango della palude e sul bassofondo marino, struttura questa soggetta a frequenti guasti. Bastava un evento bellico o un nubifragio, come accaduto due volte negli ultimi anni del 1300, per interrompere il flusso dell'acqua. Conseguentemente fu provveduto con l'impiego di "cannoni" di pino nero, cioè con tronchi forati come tubi, posati sul fondale marino. Soluzione molto ammirata dal podestà e capitano Nicolò Grimani che la definì "un mirabile artifizio" (1613) e tale fu effettivamente avendo funzionato fino a quando la condotta venne sostituita con materiali moderni, nel 1901, dal benemerito ingegnere comunale Gregorio Calogiorgio con l’allacciamento a risorgive del Bolasso.

Un intervento da tempo sollecitato da molta gente a sollievo degli incomodi provocati dalla siccità estiva quando le quattro canne della Fontana davano solo un filo d'acqua provocando lunghe code di donne munite di "seci" e di "mastele", che arrivavano anche di notte disturbando con chiacchiere e rumori chi desiderava dormire.

C’era anche un imprenditore, Romano, che forniva con un suo carro acqua misurata a “castellane” (botti), ma a chi poteva pagare.

 

Il rifornimento idrico  veniva assicurato infine con il nuovo e moderno Acquedotto Istriano – Ramo Risano, opera pubblica di grande respiro  con nuovi tracciati e lavori durati dal 1930 al 1935, inaugurata solennemente alla presenza del duca Amedeo d’Aosta, futuro Viceré d’Etiopia.

Vera da pozzo ornamentale in Campo Carpaccio (1935)

 

 

 

 

 

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